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Marc Marquez

ALL’ORIGINE DEL MITO

“E adesso cosa farai?”, gli chiesero il 21 aprile 2013, nella modernissima cornice texana del COTA, a Austin. Marc Marquez aveva da pochi minuti conquistato la sua prima vittoria in MotoGP – già alla sua seconda gara – strappando un record speciale ad una leggenda come Freddie Spencer, diventando il più giovane della storia a vincere un GP della classe regina (20 anni e 63 giorni). Del resto, 24 ore prima aveva sottratto a Spencer anche l’analogo record di precocità riguardante la pole position.

TRATTO DA SLICK #16  – uscito nel luglio 2022

Dunque i giornalisti lo provocarono, alludendo al fatto che a quel punto era lecito pensare addirittura al titolo già nella stagione dell’esordio, un’impresa clamorosa visto che fino ad allora era riuscita ad un solo pilota, sempre un americano: Kenny Roberts. Ci stava pensando anche Marc (e alla fine l’impresa la realizzò, togliendo a Spencer anche questo record di precocità) eppure la giovane star non cadde nel tranello.  

«Adesso voglio godermi il momento, senza pensare ad altro. Perché io so che arriveranno anche i periodi difficili, e ci sarà da soffrire, quindi me la godo più che posso». Rilette oggi, nel pieno del suo calvario, quelle parole fanno riflettere.   

Marc Marquez è un veggente? No di certo, altrimenti nel luglio del 2020 a Jerez avrebbe corso in modo diverso. 

Forse possedeva già una saggezza da veterano? Difficile crederlo, visto che negli anni seguenti ha preso rischi tipici di chi è addirittura incosciente. 

Allora aveva delle informazioni riservate, tali da permettergli di valutare certi eventi in modo diverso. Era proprio così, e per capire davvero questa storia occorre riavvolgere il nastro, per cominciare un viaggio a ritroso che permetta di comprendere meglio questo ragazzo che dietro al sorriso smagliante e all’eterno buonumore ha nascosto un dolore diffuso: da un lato è fisico (derivante da lesioni importanti), dall’altro è psicologico (causato da ferite che non si rimarginano mai del tutto). 

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ATTENTI ALLE FORMICHE

Bisogna partire da un disegno che ritrae una formica stilizzata. Comparve sul casco di Marc durante il periodo della Moto2, il biennio 2011-2012, uno dei più importanti della sua carriera.
La formica venne realizzata in diverse versioni, e il mondo esterno restò un po’ stranito nello scoprire che una belva come Marc Marquez si sentiva (e si sente) rappresentato da un piccolo insetto, anziché un grosso felino. Ma lui spiegò il perché solo dopo avere conquistato il titolo mondiale, nell’ottobre del 2012: «La formica è l’animale più forte del mondo, perché è molto piccolo ma ha una forza incredibile in relazione alle sue dimensioni. Proprio come me! Poi è tanto laborioso, e vanta grandi capacità di adattamento. E anche io sono così. Quindi la formica simboleggia la mia carriera e la mia vita, cioè quello che ho dovuto superare e quanto ho dovuto impegnarmi». 

Per tutti, Marc si riferiva all’inverno trascorso nel buio e nella paura: l’operazione al cervello per curare la diplopia, la convalescenza di cinque mesi che gli aveva impedito di allenarsi, seguite dal lieto fine con la vittoria già nella prima gara e la dominazione del campionato.  
Invece nella mente di Marc c’era anche altro. C’era la sua storia, la  battaglia cominciata prestissimo. Quando parlò di «quello che ho dovuto superare e quanto ho dovuto impegnarmi», si riferiva certamente agli infortuni ma anche agli esordi. 

Da piccolo era alquanto diverso dal pilota che poi diventò campione del mondo. Ed era più indifeso. Così quando era un bambino o poco più Marc subì delle forme di bullismo: a causa della lentezza con cui il suo corpo si sviluppava, era piccolo e gracile, quindi alcuni compagni di scuola lo prendevano in giro e lo umiliavano, lo facevano sembrare insignificante. E questa situazione si riproponeva sulle piste. 
Lo raccontò suo padre, Julià:  «Essendo piccolino ma molto bravo, Marc si ritrovava a gareggiare con piloti più grandi e grossi, quindi più forti fisicamente; cercavano di intimidirlo, spesso lo gettavano fuori pista a gomitate, e  lui ne usciva umiliato». 

Dunque siamo all’interno di una storia di rabbia repressa, e di una voglia di riscatto che partì dalla scuola, dai campionati della Catalunya (che Marc dominò) e poi passò per il CEV, approdando infine al Mondiale, dove Marc ha mostrato un’aggressività che apparse a volte immotivata ma che invece una spiegazione ce l’aveva.   

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