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Il caso – Moto GP

Marc Marquez ha ancora un (solo) punto debole

ARTICOLO SLICK #08

L’infortunio subito da Marc Marquez a Jerez influirà ovviamente sulle sorti del campionato 2020, inciderà sulle prestazioni di Fabio Quartararo (perché aumenta la sua autostima) e su quelle di Maverick Vinales (il pilota che subisce le pressioni maggiori, in Yamaha), così come sulle vicende di Valentino Rossi e dei piloti Ducati… Insomma, le sue difficoltà rappresentano una grande opportunità per tutti.

L’infortunio subito da Marc Marquez a Jerez influirà ovviamente sulle sorti del campionato, inciderà sulle prestazioni di Fabio Quartararo (perché aumenta la sua autostima) e su quelle di Maverick Vinales (il pilota che subisce le pressioni maggiori, in Yamaha), così come sulle vicende di Valentino Rossi e dei piloti Ducati… Insomma, le sue difficoltà rappresentano una grande opportunità per tutti.

Di sicuro, l’infortunio di Jerez (frattura dell’omero destro) ha un significato non solo per il campionato, ma anche per Marc Marquez: ha interrotto un periodo di crescita costante e prepotente, cioè una fase in cui Marc ha rafforzato non solo se stesso ma anche il legame con la sua squadra.

E forse è questo che lo ha imbrogliato, nella prima gara di questa stagione pazza: la convinzione di potersi permettere tutto, dopo avere fatto ciò che voleva (nel bene e nel male) nelle precedenti sette stagioni.

 

Cioè in tutta la sua carriera nella classe regina, che lo ha visto dominare sei campionati su sette, ritoccando vari record appartenenti alle leggende di questo sport.

 

I suoi avversari sperano che questa (violenta) battuta d’arresto possa renderlo un po’ meno aggressivo, oppure più incline all’errore visto che deve correre senza fare calcoli. A ben vedere, Marc non è abituato ad affrontare recuperi clamorosi nell’arco di una stagione. Almeno nella classe regina.

La sola stagione in cui ha dovuto cimentarsi in una rimonta – il campionato 2015 – è anche l’unica in cui non ha vinto il titolo. Non è che sia granché, come dato statistico, ma di questi tempi gli avversari di Marc devono attaccarsi anche alle più piccole opportunità.

 

Anche perché Marquez, che appare un mostro creato in laboratorio, ha ancora un punto debole: la trance agonistica, che gli fa compiere imprese eccezionali ma a volte provoca grandi disastri come quello di Jerez e come quelli del 2011 e del 2015. Quindi i suoi avversari, pur se provati da anni di dominazione, possono approfittare del fatto che in Marc resta intatto quel lato caratteriale che lo spinge a disconnettersi al culmine dell’eccitazione da combattimento, cioè quando sente l’irresistibile richiamo della rissa.

Marc Marquez a Jerez ha corso una gara che (se ancora ce ne fosse bisogno) lo consacra come il pilota più forte e coraggioso della sua generazione. Di certo, uno di piloti più brillanti della storia. Perché certi sorpassi, fatti con una MotoGP, sono una cosa diversa rispetto alle altre moto, con le quali Marc aveva comunque già mostrato la sua indole.

Tuttavia, la notizia emersa dalla prima trasferta del campionato, a Jerez, è rilevante: il ragazzo catalano è battibile, quando lui stesso si mette nei guai. Molto dipende da quanto i suoi avversari ne approfitteranno, visto che sono sembrati cauti: ne parlano a bassa voce perché con Marc non si sa mai. 

STORIE DI ERRORI E RIPARAZIONI
Certo, se Marc trasferirà alla gestione di un campionato la sua capacità di rimontare in una gara singola, allora per gli altri non c’è via d’uscita. Il ventisettenne catalano ha fatto della rimonta furibonda uno dei pezzi forti del suo stupefacente repertorio.


Per chi ha ben chiare cosa ha fatto a Jerez in luglio, è interessante ricordare alcuni episodi del passato. Sono memorabili il recupero di Estoril nel 2010, quando era in 125, e soprattutto le due imprese realizzate nel 2012, nell’anno in cui dominò la Moto2.


Nell’ottobre del 2012, nel GP Giappone, Marc partì dalla prima fila. Al via restò fermo, si sennò, perché la marcia non era inserita. Vide il gruppo sfilargli accanto, e alla prima curva si trovò in ventisettesima posizione. Nel giro nono era già alle spalle del leader, Pol Espargaró, e in un attimo lo passò anche di lui, iniziando dal decimo giro come nuovo leader della gara. E restò in testa sino alla fine.


Il novembre Marc si presentò a Valencia con il titolo di campione del mondo già in tasca, ma poiché era la sua ultima gara nella classe di mezzo volle lasciare un ricordo indelebile. Sabato venne sanzionato pesantemente, per uno scontro in prova con Simone Corsi, a causa della quale l’italiano finì a terra.

 

La Race Direction decise di imporgli la partenza dalla dall’ultimissimo posto. 

Partì così dalla trentatreesima posizione. Ne superò 21 avversari addirittura nel corso del primo giro (fu già stupefacente!): poi impiegò i 12 giri per andare al comando; dove rimase nei tre giri finali, conquistando una vittoria clamorosa.


Fu una grande festa, insieme ai suoi tifosi, prima di salire (due giorni dopo) in sella alla Honda MotoGP, per la nuova avventura. Sarà campione del mondo della classe regina già nel 2013, al debutto. Diventando il più giovane pilota della storia a riuscire nell’impresa.


Dunque è la carriera di Marc, a rivelare che quest’anno gli avversari hanno tra le mani un’occasione rara: dal 2010 ad oggi, quando Marc non ha vinto il titolo è solo perché lui stesso si è messo nei guai. Non perché qualcuno lo ha sconfitto sul campo.


Nel 2011 subì un doppio trauma cranico a brevissima distanza, così la Direzione Gara lo fermò: Marc aveva iniziato a vedere immagini leggermente sdoppiate, e finì in sala operatoria per risolvere, con un intervento chirurgico delicato, il problema della diplopia. Stefan Bradl ringraziò, e si mise in tasca il titolo della Moto2 che vedeva in Marquez il suo legittimo tenutario.

 

Come dimostrò il campionato 2012.

Nel 2015 Marc, numero uno assoluto della classe regina, non riuscì a contenersi – cioè non si accontentò quando era alle prese con una RCV alquanto complicata, con cui era difficile vincere come aveva sempre fatto – e si autoescluse dalla lotta per il titolo con ben cinque “zeri”.

COME ROSSI E STONER. ANZI, DI PIÙ
Non esiste un pilota simile: a ventisette anni, con otto mondiali già incamerati (almeno uno in ogni categoria in cui ha corso), lo spagnolo ha raggiunto la condizione che ogni pilota sogna: è lui, il riferimento di se stesso. Nessuno possiede la forza o l’astuzia per fermarlo, dunque solo lui può rallentare se stesso. Come abbiamo già visto.


Di nuovo, bisogna guardare i numeri: dal 2010, Marc non ha mai chiuso un campionato al di sotto del podio, cioè del terzo posto finale. Ma il dato importante è un altro: se si escludono le stagioni in cui si è infortunato (quella del 2011) oppure ha esagerato (il campionato 2015), Marc Marquez è sempre stato campione del mondo: in 125 (2010), Moto2 (2012) e MotoGP (2013, 2014, 2016, 2017, 2018, 2019).


Questo ritmo, e gli episodi che si sono susseguiti nel corso degli anni, fanno pensare che Marc Marquez sia una sorta di prodotto creato in laboratorio. È come se avesse acquisito le caratteristiche di Valentino Rossi e di Casey Stoner, selezionando e prendendo il meglio dai due: il cervello di Rossi e la classe di Stoner.

 

In Marc emergono l’intelligenza, la furbizia e l’ambizione di Valentino; ma anche il talento, la capacità di controllo della moto, nonché il coraggio, di Casey. Marquez appare perciò come una sorta di epitome: è un’antologia, un trattato di motociclismo agonistico in carne ed ossa.

 

Però, come i due illustri paragoni, nemmeno lui può rappresentare del tutto un esempio per i ragazzini, in quanto non possono esserlo coloro che sono unici.

Un comune denominatore fra i tre più stupefacenti piloti della storia della MotoGP – Rossi, Stoner e Marquez – consiste in questo: anche nel caso di Marc (come è stato per Valentino e Casey) ciò che esalta non è “quanto” ha vinto, ma “come”.


Impressionano i rischi che è disposto ad accettare, la velocità che esibisce, l’aggressività che esprime, le manovre che esegue (ormai sono leggendari i “salvataggi” a moto ormai già a terra), i sorpassi che inventa.


Di Rossi, Marquez ha anche un’altra dote: la capacità di dosare la sua crescita, cioè di prolungarla nel tempo. Stoner invece nel 2007 gettò subito in faccia ai rivali il suo immenso talento, che poi lui stesso depotenziò, forse perché lui non aveva tempo. Non cercava una carriera lunga nei GP, né era interessato ai record.


E poi, è una questione di carattere: a differenza di Valentino e di Marc, Casey non perdeva tempo con strategie o ragionamenti machiavellici, come dimostra anche il modo in cui cercava di correre: amava andare in fuga, rendendosi irraggiungibile, per sottolineare la distanza dagli altri.


Valentino e Marc hanno invece sempre amato la battaglia, quindi il sorpasso all’ultimo giro, quello che ti fa assaporare l’adrenalina e che ti gratifica; perché dentro c’è la capacità di esecuzione, lucidità, senso dello spettacolo.

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