


E così Mick Doohan ha ripreso a frequentare i paddock, anche se con meno frequenza, ed è un salto all’indietro di diversi anni. Segue la carriera automobilistica di suo figlio Jack – diventato a 22 anni un pilota di Formula 1 – e lascia emergere i timori di un padre che si sente come gli altri anche se come gli altri non è:
«Che lo sport fosse una montagna russa di emozioni lo sapevo già, ma ho scoperto che se sei un genitore lo è ancora di più. Mentre guardo Jack guidare sono spesso spaventato, come possono esserlo tutti i padri o madri in questo contesto. Non solo: adesso provo, per i risultati di mio figlio, una felicità diversa rispetto a quando correvo io, perché ho una maggiore consapevolezza».
E poi si libera di un peso, forse perché è un argomento a cui ha dovuto dare spesso delle spiegazioni:
«Sono tutt’altro che deluso, per il fatto che Jack non abbia scelto la mia strada, preferendo correre in auto. Anzi, sono contento che non sia un pilota di moto. Sì, fortunatamente, Jack da piccolo ha scelto la strada delle quattro ruote».
E qui ricorda anche Johnny Cecotto, entusiasta nell’aiutare i due figli maschi che si sono appassionati alle auto e non alle moto.
«Sono come qualsiasi altro padre. Penso: “anche se lo mandi su un autobus, non sai cosa potrà succedere”. Va bene, è vero, però non posso non pensare che il Motorsport ha un elemento di pericolosità che altre attività non hanno. Ogni padre e ogni madre sono apprensivi, qualsiasi cosa facciano i figli. Ti spaventi perché si tratta di loro e non di te, cioè hai una percezione completamente diversa: hai paura che loro non siano pronti per gestire tutto, come facevi tu, oppure come tu credevi di poter fare. So che Jack è serio, lavora, si prepara, inoltre ho la certezza che possa guidare un’auto da corsa al livello estremo. Quello che mi preoccupa, è tutto ciò che è fuori dal suo controllo».

Mick, con il suo stile, ha recentemente commentato così la scelta del Team Alpine di sosti
tuire Jack (con Franco Colapinto): «Pare che Alpine sia diventato un team a pagamento».
Eh sì, il saggio Mick ha capito subito come funziona la F1. Jack proviene dalla Alpine Academy, dove era entrato nel 2022, e ha corso il suo primo Gran Premio nel 2024. A 22 anni è comunque nel giro della Formula 1 (anche se adesso è riserva) e ha la possibilità di costruirsi una bella carriera nelle corse automobilistiche, anche se non dovesse restare in Formula 1.
Mick Doohan ha ripreso a frequentare anche Montecarlo. Nel Principato c’è tornato su richiesta di suo figlio.
«Sono riuscito a convincere mio padre a trasferirci in Europa quando avevo circa 13 anni», spiega Jack. «Abbiamo scelto Monaco come base. Sono circa otto anni, ormai. All’inizio è stato un grande cambiamento, però mi sono adattato bene. Alcuni piloti si sentono soli, ma io sono abbastanza a mio agio nello stare da solo. Non bevo, non mi diverto molto: mi alleno, mi concentro sul mio lavoro».
«Sta imparando ad essere indipendente, ed è una buona cosa», spiega Mick, che la vita europea la conosce bene. «Per un australiano, l’Europa è molto lontana da casa. Rispetto ai piloti europei che possono prendere un breve volo per andare a trovare la famiglia, Jack non ha questa possibilità».
Che Mick non abbia spinto il figlio verso le moto, lo rivela anche Jack.
«Fino ai 12-13 anni non mi sono reso nemmeno conto di chi fosse mio padre nel suo ambiente, perché lui non mi raccontava niente di quello che aveva fatto. Almeno, fino a quando ero piccolo. Solo quando sono andato a scuola ho iniziato a capire cosa significassero quei trofei e quelle moto che mio padre custodiva tra il garage e la casa».
A quel punto Jack è entrato in un mondo nuovo, che naturalmente lo ha stregato.
«A 12-13 anni ero appassionato di Rugby e del Kart, e quando ho deciso di fare una scelta non ho avuto dubbi: il Motorsport. Mio padre non mi ha mai spinto, ha lasciato che scegliessi da solo».

Mick spiega come andò: «I suoi amici correvano con i kart, quin
di li ha seguiti. Inoltre, quando aveva circa 5 anni si è fatto male su una moto da Minicross e questo gli ha fatto passare la voglia di andare in moto. Ed è stato un gran sollievo, per me».
Considerando lo stile di vita australiano, dove regnano i grandi spazi e la natura, è ovvio che il piccolo Jack si sia appassionato al fuoristrada. Considerando anche che lui è cresciuto in una famiglia dove non mancava il budget per assicurarsi una casa con lo spazio adeguato.
«Jack è cresciuto sui 45 acri dove vivevamo, in Australia», spiega Mick. «Quando era piccolo ha cominciato a guidare anche delle piccole moto da cross, ma in casa avevamo anche un circuito privato per i kart e così ha cominciato a guidare il kart molto presto. Ho fatto costruire quella pista, nella nostra proprietà, prima che Jack nascesse, quindi ha iniziato da piccolo a girarci, prima con la bici, poi con le minimoto, quindi col kart».
Certo, non è stato un inizio ordinario. Jack ha iniziato a correre, a 9 anni, con un Kart regalatogli da Michael Schumacher:
«Perché era un amico di mio padre, e venne anche a girare nella nostra pista, quando ero piccolo», rivela Jack.
E Mick ammette: «Sì, ha contato anche la mia amicizia con Michael. Ci frequentavamo già prima che nascessero i nostri figli, e anche Michael ha girato spesso sulla mia pista. È stato lui che ha procurato a Jack il primo kart da competizione, grazie ai suoi contatti in Italia con la Tony Kart».
E anche l’Italia, Paese a cui suo padre Mick è molto legato, anche per vicende terribili, ha avuto un peso per Jack.
«Ho sempre avuto il sogno di correre in Europa, soprattutto nel kart italiano. Ho implorato mio padre per anni, per fare in modo di trasferirmi».
«Jack continuava a mostrarmi fotografie di circuiti in Italia, dicendomi che dovevamo andare là», spiega Mick. «Stava migliorando, aveva vinto un campionato australiano nella categoria esordienti. Gli dissi: “Se vinci il campionato australiano, ci andiamo”. E ho mantenuto la parola. Siamo andati lì per fare qualche gara, poi l’anno successivo siamo rimasti a correre a tempo pieno».

Mick spiega che la decisione è stata presa con calma e lucidità:
«Non c’era un vero e proprio piano, all’inizio. Jack però si comportava bene, era veloce, così ha iniziato a ricevere supporto abbastanza rapidamente. Abbiamo iniziato a girare un po’ l’Australia, e Jack ha vinto alcuni titoli nazionali di kart. Poi ad un certo punto mi ha chiesto: “Se vinco un altro titolo, potresti portarmi in Europa?”. Ho accettato, quindi l’ho portato in Europa, dove si è classificato terzo nel campionato europeo. Da lì, è stato scelto dalla Red Bull per la squadra Junior e per la F4 nel campionato inglese».
Mick, però, non aveva un background nel mondo dell’auto.
«Ne sapevo poco, però ho deciso di affrontare tutto nell’unico modo che conoscevo: il modo serio e corretto, quindi lavoro e dedizione. In Australia la maggior parte delle famiglie compra un rimorchio, e portando il figlio a gareggiare capisce se il figlio ha le doti. Io non avevo esperienza di kart, ma sapevo dove portarlo a correre. Per fortuna abbiamo avuto un grande supporto da persone che conoscono quei motori e la messa a punto. Senza di loro, avrei faticato persino a cambiare una gomma. Infatti ho potuto dedicarmi all’aspetto sportivo, per aiutarlo a conoscere persone e squadre».
Gli è bastato vedere con quanta passione suo figlio si dedicava al kart, per accettare la sfida.
«Non ho mai pensato che mio figlio dovesse seguire le mie tracce. È vero che da piccolo ho comprato la moto a Jack – gli piacevano quelle da cross – ma non c’è mai stato un momento in cui mi ha detto di voler fare una gara in moto. Perché era attratto molto di più dalle quattro ruote. Quindi ha scelto lui. Ed è stato un po’ come per me, alla sua età: mi piacevano il Rugby e il Surf, ma scoprii che la mia passione vera era il motociclismo».


