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QUEI BRAVI RAGAZZI

Kevin Schwantz e Wayne Rainey si considerarono sempre l'uno il riferimento dell'altro. Acerrimi rivali in USA, una volta giunti alMondiale 500 iniziarono a rispettarsi. Dal 1990 al 1993 si sono divisi il Titolo: 3 per Wayne 1 per Kevin.

TRATTO DA SLICK #6 – uscito nell’aprile 2020

Kevin Schwantz ha raccontato spesso che fu l’incidente di Wayne Rainey a fargli capire i rischi che avevano preso, tutti e due, durante un durissimo confronto durato sette anni, dal 1987 al 1993. Sappiamo, dai racconti del texano, che l’uno fu il riferimento dell’altro. Sia ai tempi della AMA che al Mondiale. Eppure, come racconta anche Rainey, fu una rivalità sana, caratterizzata da un crescente rispetto. Perché entrambi riconoscevano all’altro grandissime capacità. 

«Se abbiamo esagerato, è perché ad un certo punto io e Wayne abbiamo a lungo pensato che dovesse restare solo uno di noi. Poi abbiamo capito che c’era posto per entrambi, ma ormai era tardi: ci siamo goduti il nostro sport e la nostra età molto meno di quanto avremmo potuto», disse Kevin dopo avere vinto anche lui il titolo mondiale della classe regina. 

«Quando si lotta per lo stesso obiettivo è normale che si crei ostilità, o comunque che non nasca un’amicizia», è la spiegazione di Wayne Rainey. «Io e Kevin abbiamo iniziato a scontrarci veramente nel 1987, in America, nell’AMA Superbike, così quando arrivammo al Mondiale ci conoscevamo già. Io mi ero reso conto del suo talento, e delle cose che poteva fare, proprio durante le stagioni in America».

Quando dice che conosceva già bene Kevin, si rifà ai sorpassi aggressivi subìti nei duelli del 1987 e in generale alla maniera in cui controllava la moto. Rainey ha raccontato che la sua scoperta di Schwantz è avvenuta nel 1985, quando i due correvano in USA.

«Un giorno ero a bordo pista, per osservare i piloti della Superbike. Io correvo in 250, in quell’occasione. Ad un certo punto vidi uno uscire completamente di traverso da un curvone, e pensai che sarebbe volato via… invece restò in piedi, perché tenne il gas ancora più aperto! Non sapevo chi fosse Kevin Schwantz, non lo avevo mai visto né sentito nominare: lo imparai lì. Restai stupito perché non conoscevo tanta gente capace di guidare così, perciò pensai: se fa quelle cose e resta in piedi, vuol dire che ha un grande talento».

Rainey proprio in quel periodo aveva deciso di calmarsi, perché anche lui guidava in modo aggressivo, ma la guida selvaggia di Schwantz fu come una sveglia: «Aveva una grande capacità di controllo della moto. Anche io anni prima facevo cose simili, però vedere Kevin guidare in quel modo mi obbligò ad impegnarmi ancora di più. Era chiaro, che sarebbe diventato un avversario per me».

Infatti il campionato AMA fece nascere la rivalità, che i due trasferirono in seguito nel Mondiale 500. «Come talento eravamo allo stesso livello, ed eravamo entrambi dei duri» è sempre l’analisi di Rainey. «Però mi sembrava di essere più preparato di lui, dal punto di vista della concentrazione. Io dalla mattina alla sera, tutti i giorni, pensavo solo a come andare più veloce, a come migliorare la mia moto; guardavo Kevin e lo vedevo scherzare, sembrava sempre rilassato, pareva che a lui non importasse così tanto come a me». 

Come molti americani di quell’epoca, anche loro prima di approdare al Mondiale andarono in Inghilterra a correre le gare che riunivano i piloti anglosassoni: le chiamavano Match Race. 

«Io e Kevin abbiamo continuato a batterci, alzando il ritmo: in Europa capii che anche lui voleva veramente vincere a livello internazionale, così iniziai a temerlo di più rispetto ai tempi del campionato AMA».

Eppure Schwantz riuscì a sorprenderlo, una volta approdati al Mondiale: «Quando Kevin vinse a Suzuka il GP Giappone 500 del 1988, al suo debutto iridato, restai senza parole. Non mi aspettavo una cosa simile. Fu lì che mi resi conto che lui doveva diventare il mio riferimento. Iniziai a pensare che non mi importava se non vincevo io: bastava che lui fosse dietro di me. Vederlo conquistare il GP Giappone mi diede la motivazione per migliorarmi ancora, perché dovevo reggere il confronto con lui. Lui è stato il pilota che mi ha impegnato di più, anche nei Gran Premi: ho sempre pensato che fosse il più difficile da battere». 

Interno SLICK #6 pagina 65

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    Può sembrare strano che Wayne Rainey parli così: in primo luogo perché è sempre stato davanti a Schwantz (anche nella SBK AMA del 1987), e poi perché nel Mondiale ha subìto solo Lawson e Gardner nel 1988, di nuovo Lawson nel 1989, poi non gli è stato davanti più nessuno. Dal 1990 al 1992 ha sempre vinto il titolo della 500, ed è rimasto davanti fino alla fine: nel 1993, nell’istante in cui è incappato nel terribile incidente di Misano, Rainey era in testa alla gara e anche al campionato. 

    Tuttavia, anche a Misano, come del resto in tutta la stagione 1993, Wayne stava lottando soprattutto con Schwantz. Non solo: se si guardano i numeri, emerge un dato curioso: Rainey ha conquistato due titoli più di Schwantz (il confronto è 3 -1) ma sul piano delle vittorie il confronto è stato più equilibrato: fino a quando Wayne è stato in pista (settembre 1993) aveva all’attivo solo una vittoria in più di Kevin (24 a 23). Kevin alla fine ha chiuso la carriera (all’inizio del 1995) con una vittoria in più (25, col rivale fermo a 24) perché ne conquistò due nel 1994 senza più Wayne in pista. Ciò significa che Kevin è stato incostante, ma velocissimo.

    Wayne conosceva Kevin, e Kevin conosceva lui, perciò sapevano come sfruttare i rispettivi punti deboli: «Contro Wayne bisognava usare molto i freni, cioè la staccata era cruciale» è il racconto di Schwantz. «Era il modo che avevo escogitato per cercare di impedirgli di allungare, perché era talmente preciso che se prendeva del vantaggio all’inizio, facevi fatica a recuperare». E Rainey conferma: «Il vantaggio di Kevin è sempre stato nella frenata. Non so se fosse per merito della Suzuki, oppure della sua bravura, in ogni caso non c’era nessuno più forte di lui

    in staccata. Frenava veramente tardi e in effetti mi disturbava parecchio».

    «Potevo fare certe cose perché la Suzuki era molto stabile in frenata, e anche un po’ più agile rispetto alla Yamaha. Ma Wayne era abilissimo nel portare molta velocità in curva, in più era fortissimo in derapata e in uscita» è l’analisi di Schwantz. «Per questo sembrava avere sempre una moto bene a punto, anche quando non era così: lui sapeva come uscire fortissimo dalle curve, e per me era dura stargli vicino in modo da poterlo attaccare nella frenata successiva. L’unico modo di contrastarlo era obbligarlo a lottare, fargli delle entrate dure, frenare più forte e ostacolarlo; altrimenti allungava». 

    Rainey è stato più solido, più costante. Ecco la sua spiegazione: «Ero un fanatico della preparazione, mi allenavo tantissimo e cercavo sempre il modo per migliorare la mia moto. Così riuscivo tenere un ritmo molto veloce dall’inizio alla fine della gara, così come per tutta la stagione. La costanza di rendimento veniva da lì, oltre che dalla concentrazione. Kevin ci ha messo più tempo per arrivare a questa condizione, ma nel 1993 aveva messo tutto in ordine: aveva finalmente tutto quello che serve per vincere il titolo». 

    «Più che altro, in quella stagione ho avuto una moto che mi ha permesso di rendere un po’ più fluida la mia guida, in modo da mantenere una velocità in curva più elevata», spiega Kevin.

    «Avevo inoltre la possibilità di provare delle strategie più varie, mentre guidavo. Ma Wayne era un grande lottatore. Era duro ma corretto, non cercava di buttarti fuori. Con lui le prendevi e le davi, perché eri sicuro del fatto che non avrebbe fatto delle stupidaggini».

    Quando approdarono al Mondiale, tra i due si era inserito Eddie Lawson. E Schwantz fa questa analisi: «Eddie non era più veloce di noi, però non esagerava mai, era molto costante, le sue moto erano sempre bene a punto, aveva sempre una buona squadra e sbagliava poco. Invece io e Wayne ci battevamo ogni volta come se fossimo in guerra, ed era proprio una questione di mentalità. Devo anche dire che Wayne ha sempre fatto molto anche quando ha guidato moto che non erano certo le migliori: perché lui era disposto a rischiare, quindi accettava di cadere, pur di provare a vincere. E, di nuovo, in quell’atteggiamento rivedo me stesso. Diciamo che noi due abbiamo adattato il nostro stile di guida alle moto che avevamo. Noi non volevamo guidare così, cioè sempre al limite: l’abbiamo fatto perché le nostre moto richiedevano quella guida lì».

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