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SLICK. WorkRoom

a tu per tu

The Superbike Gentleman

Nordirlandese di Ballymena, classe 1987, è la star della Kawasaki e può essere considerato il più grande della storia del Mondiale Superbike. E non lo sarebbe diventato, se non avesse avuto il coraggio di fare una cosa insolita: lasciare una Honda ufficiale volontariamente. È proprio quando Jonathan Rea lo ha fatto, alla fine del 2014, che ha iniziato a dominare.

TRATTO DA SLICK #2 – uscito nell’agosto 2019

Quest’anno è molto più dura, per te e la tua squadra. Bautista ti ha sorpreso?
«Si e no. Quando la Ducati ha annunciato che stava sviluppando per la Superbike questa moto favolosa, derivante dalla MotoGP, con Alvaro Bautista candidato a guidarla, è stata una sorta di incognita fino a quando non l’ho vista in pista. Ma quando Lorenzo Zanetti è venuto a Jerez qualche tempo fa, mi sono reso conto che la Ducati aveva fatto qualcosa di veramente buono. Bautista, poi, è stato competitivo con la Ducati in MotoGP, ma anche con la Honda e la Suzuki. Detto questo, non è scontato che un pilota forte nei GP si adatti subito alla Superbike, come ha fatto Alvaro. Ci sono stati ottimi piloti della MotoGP che hanno fatto fatica all’inizio: Biaggi, Checa, Hayden, Bradl, Aoyama. Non è così facile adattarsi rapidamente. Quindi Alvaro ha fatto, e sta facendo, un ottimo lavoro. È chiaro, quindi, che il suo livello è altissimo. È l’unico che può andare così forte con quella moto. Nelle mani degli altri, sembra una moto molto difficile. Quanto a noi, questa è la sfida che ci serviva. Io e la squadra, abbiamo bisogno di rivali così». 

Davvero? 
«Sì, perché questa è la prima volta che la Kawasaki deve accettare un nuovo riferimento, ed è una grande sfida. Lo sento dall’interno della squadra, dall’interno dell’azienda, dentro al box. Quindi c’è da fare un cambio di mentalità: stiamo lottando, siamo tornati molto forti, e aspetto anche di vedere come reagirà la Kawasaki di fronte a questa sfida».

Temevi che l’abitudine a vincere fosse dannosa? 
«Quello che è accaduto quest’anno è un campanello d’allarme. Questa è la nuova realtà, quindi noi potevamo goderci i risultati del nostro passato glorioso, oppure potevamo reagire e accettare la sfida, col conseguente rischio di non potercela fare. Sono felice ed orgoglioso, perché non abbiamo avuto dubbi su quale strada scegliere». 

Il binomio Bautista-Ducati all’inizio ha dominato in modo pesante.
«Ed è stato difficile accettarlo, non lo nego. In quei casi pensi e speri sempre che la gara successiva le cose andranno diversamente, ma questa volta non cambiava niente. È stata molto dura ad Assen, perché sono stato battuto nettamente su una pista in cui mi aspettavo di essere forte. Questa delusione, però, l’abbiamo trasformata in una sfida. E ci siamo ripresi». 

E come ti senti, adesso?
«Mi piace la mentalità che abbiamo assunto, cioè quella dell’underdog (colui che non è favorito). In questo modo abbia retto, psicologicamente, nei momenti difficili, e siamo riusciti a risalire». 

Bautista e la Ducati hanno spostato in avanti i limiti. È ovvio che tutti, Kawasaki per prima, dovranno adeguarsi. La rincorsa alle prestazioni secondo te è la strada giusta, in SBK? Oppure bisognerebbe cercare di tornare ad un concetto “stock”?
«Più che altro a me non piace bilanciare un campionato dal punto di vista del numero di giri del motore. Non è giusto, e in più non permette di costruire niente. Per quattro anni non si è sentito altro che “la Kawasaki ha il miglior pacchetto”, poi la Ducati ha fissato un nuovo punto di riferimento con una nuova moto che è praticamente una moto da corsa messa in produzione. Ma è questa la filosofia giusta per questo campionato?».

Tu cosa pensi?
«Non è quella giusta. È bello guidare moto fantastiche, ma sono a favore dello spirito originario della Superbike: costruire la migliore moto stradale possibile e poi fare tutto ciò che si può per andarci forte in pista. Non l’opposto. Non si può prendere per un braccio un produttore di moto di serie e dire “Ehi, adesso costruisci una macchina da corsa da omologare per l’uso stradale!”. Ma vincere aiuta il marketing, questo pare giustificare l’investimento. Abbiamo attraversato periodi in cui la rivalità con la Ducati forniva un buon spettacolo, ma vincevamo noi e questo è stato visto come una cosa noiosa, addirittura negativa per il campionato. Ma quest’anno, all’inizio, il campionato ha avuto un problema più grande, cioè un pilota che ha vinto le gare con dieci secondi o più di vantaggio; e questo sì, che è davvero noioso. Bene, adesso cosa faranno?» 

È la dura vita dei leader.  
«Nel primo anno tutti erano contenti per me, perché ero quello che era sempre stato sul punto di farcela e finalmente ce l’aveva fatta. Nel secondo anno la gente ha iniziato a stancarsi delle mie vittorie. Al terzo anno i miei avversari neanche mi guardavano più in faccia, nel paddock. Infine, entro il quarto anno ci sono state richieste di modifiche nel regolamento, per penalizzare la Kawasaki. Ed ora quelle persone che volevano che perdessi, vogliono che io reagisca a Bautista. È un mondo particolare».  

01	Jonathan Rea GBR Kawasaki ZX-10RR  Kawasaki Racing Team WorldSBK

Come ti sembra lo stato attuale della Superbike? 
«Negli ultimi dieci anni questo ambiente ha subito tanti cambiamenti. Il dato principale deriva dal fatto che i regolamenti tecnici sono cambiati costantemente da quando è arrivata la Dorna. Diciamo che bisogna trovare una linea di riferimento, ma i Costruttori non sono in grado di produrre omologazioni speciali, o addirittura un nuovo modello, ogni anno. Quindi la SBK oggi è un campionato molto difficile da bilanciare perché è legato alla produzione».

È un momento di confusione. 
«Mi è sempre piaciuta l’idea di prendere una moto praticamente dal concessionario e renderla una vera moto da corsa lavorando con gli ingegneri del prodotto. Questo spirito della SBK mi affascina ancora. Le vere moto da corsa sono le MotoGP, ma è bello avere fatto parte di un lungo e costante sviluppo del prodotto di serie; però in SBK ci stiamo allontanando sempre di più dal concetto di moto derivata dalla serie. Tutti i Costruttori impegnati qui hanno il sistema ride-by-wire, innumerevoli controlli elettronici sull’accelerazione, decelerazione, ecc…». 

Il rapporto con gli appassionati però è rimasto.
«Mi piace l’atmosfera della Superbike, questo è un ambiente ancora abbastanza libero. L’apertura del paddock al pubblico è una bella cosa; credo che il Paddock Show sia una delle iniziative migliori degli ultimi anni. Non è tanto mediatico, è più uno strumento di marketing. Ed è bello ritrovarsi lì, con ancora addosso la tuta di pelle. Si fanno interviste coi media, poi si inizia a interagire coi tifosi che sono sempre entusiasti. Credo che nessun’altra forma di motorsport permetta questo tipo di accesso al pilota».

Tu ami la tranquillità, nella vita privata, ma per lavoro fai una vita frenetica. Vivere nell’Irlanda del Nord è una specie di antidoto contro la confusione e la pressione? 

«L’Isola di Man era un luogo ancora più protetto, ad essere onesti. Ma l’Irlanda del Nord è molto più accessibile, considerando anche i collegamenti. Ci sono molte più opportunità di fare delle cose, uscire con i miei amici d’infanzia, stare con la mia famiglia. E avere due figli è un bene, perché ho più sostegno. Mia moglie è la mia roccia, perché tiene tutto insieme mentre io sono in viaggio. Anche lei ha una vita migliore, stando in Irlanda. Ci siamo concessi la casa dei nostri sogni, quindi sono davvero felice. Andare in Irlanda del Nord è stata una decisione presa per avere uno stile di vita tranquillo. Lì mi sento sempre molto coccolato». 

Sulla tuta porti i colori della bandiera britannica, ed è anomalo per un nordirlandese. Senza voler toccare argomenti politici impegnativi, perché hai fatto questa scelta?

«Quando ho iniziato a gareggiare nel campionato del mondo la bandiera dell’Irlanda del Nord era vista come una cosa piuttosto politica. Esibire l’orgoglio, può portare a dividere le opinioni e io non voglio che accada. Quindi, dato che l’Irlanda del Nord fa parte del Regno Unito, ho scelto di correre con la bandiera britannica. Ma il mio orgoglio resta comunque: la quantità di supporto che vedo attorno a me, nei circuiti, dalle persone che vengono dall’Irlanda del Nord, è il doppio del numero di tifosi britannici per tutti gli altri piloti. L’Irlanda del Nord è un paese piccolo, sono davvero orgoglioso di questo sostegno». 

È un po’ deludente, per te, essere un pluricampione del mondo di Superbike e non avere nel Regno Unito la stessa esposizione mediatica che ha avuto Fogarty? 

«È difficile il confronto tra me e lui, ma sono stato secondo nella BBC Sports Personality of the Year – un grande evento nel Regno Unito, con una enorme copertura televisiva sulla BBC, in cui il pubblico vota i personaggi dello sport – e mi ha fatto sentire apprezzato, sostenuto. Però c’è un problema ancora diverso. Nell’ambiente britannico della Superbike noi che facciamo il Mondiale – parlo anche di Chaz, Tom, Alex, Leon – siamo offuscati dal BSB, che è una serie ben gestita e commercializzata, con un’enorme base di tifosi. Quello che stiamo facendo nel Mondiale viene sempre messo un po’ in secondo piano. Il BSB è un grande evento, dal di dentro pensi che quello sia il vero mondo della SBK».

Perché la Gran Bretagna ma anche l’Australia o l’America, non sta producendo potenziali nuovi Jonathan Rea?

«Da noi i manager sono più riluttanti a prendere certi rischi: parlo dello sforzo di portare piloti all’estero, al Mondiale. Cioè, investire lì. Potrei citare tre o quattro piloti anglosassoni su cui si potrebbe puntare in questo momento. E ci sono Caricasulo, Tarran Mackenzie che corre nel BSB; loro non più giovanissimi, ma meriterebbero di essere al Mondiale. Lo stesso vale per Cameron Beaubier che corre il MotoAmerica. Ci sarebbero delle possibilità, ma penso che i team manager preferiscano tenerli nei vari campionati nazionali, perché lì vanno forte». 

COME vedi la MotoGP? Pensi che abbia un sistema migliore per fare crescere i piloti, rispetto al mondo della Superbike?  

«In MotoGP la profondità di campo è molto più vasta rispetto alla Superbike, e alla Supersport, che è la nostra classe di ingresso. In Moto2, se fai una brutta sessione puoi ritrovarti quindicesimo, in SBK se sbagli qualcosa sei sesto-settimo». 

Quindi il livello medio sta diventando sempre più alto, nei GP. 

«Ogni anno molto di più! A Barcellona ho seguito la FP4: Marquez ha chiuso diciassettesimo. Domenica ha vinto. Stava ovviamente lavorando su una strategia di gara, mentre gli altri hanno montato una gomma per fare il giro buono, ma resta il fatto che là ritrovarsi da primo a diciassettesimo è un attimo… Secondo me incide anche il fatto che si tratta di un campionato di prototipi, quindi non c’è un limite allo sviluppo delle moto. Non si è imbrigliati come in Superbike, dove devi lavorare con il basamento motore e il telaio di una moto da strada. Nei GP puoi fare quello che vuoi. Con una buona azienda alle spalle e un pilota che sappia dare delle indicazioni, puoi modificare ed evolvere i prototipi in modo costante, invece una moto derivata dalla produzione ha dei limiti che restano tali. Perché sono le caratteristiche delle moto, e non le puoi cambiare. È chiaro, però, che in MotoGP il budget necessario per fare quello sviluppo, anche durante il campionato, è enorme». 

Pensi che la Kawasaki possa tornare in MotoGP a breve?

«No. E perché dovrebbe? È un grosso investimento, con basse garanzie di ritorno. E bisogna investire tanto, per molti anni. L’Aprilia sta facendo un ottimo lavoro, ma spende tanti soldi solo per lottare per entrare nei primi dieci… Ha senso buttare 50 milioni di sterline così? Forse ce l’ha per ragioni di marketing, ma non so cosa dire: è molto, molto, difficile». 

Questo paddock, come lo vedi dal punto di vista del marketing?

«Ho imparato diverse cose dalle due grandi aziende con cui ho lavorato. Prendi la Honda: avevamo fatto delle buone stagioni, ma dal punto di vista del marketing non importava nulla della Superbike. In HRC e negli uffici della Honda Motor ho notato che non c’era un solo poster che inneggiasse ad una vittoria in Superbike, né alcun tipo di materiale promozionale riguardante la SBK. C’era qualcosa che riguardava la 8 Ore di Suzuka, ma quello è un evento diverso».

In Kawasaki è diverso?

«Nel mondo Kawasaki ci sono riferimenti alla Superbike ovunque. Probabilmente hanno uno dei reparti corse più piccoli, ma l’azienda è enorme. La Kawasaki ha scelto di stare in Superbike, e investe. Ti senti speciale, sapendo che fai una cosa che per l’azienda è una priorità. Mi sento come Dovizioso o Petrucci in Ducati: vai in azienda, e sei accolto come un eroe. Quando sono andato in Kawasaki, nel 2017, dopo aver vinto il mio terzo Mondiale SBK, mi hanno portato direttamente dall’aeroporto all’azienda in elicottero, e tutti gli operai erano lì, ad accogliermi. Dico la verità: sono stato fortunato».

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