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IL MISTERO JOHN KOCINSKI

Posso fare ciò che voglio, non ci sono limiti. Se decido di fare qualcosa, la faccio. Nessuno mi può fermare. Il mio desiderio di vincere e di avere successo è proprio ciò che mi motiva. Così diceva…

TRATTO DA SLICK#4 – uscito nel dicembre 2019

Oggi sorprende, e nemmeno poco, sentirgli dire che «Non mi sono mai sentito abbastanza bravo, a volte fatico a credere di aver fatto quello che ho fatto». Eh sì, perché John Kocinski non era mica così umile, quando pensava che le corse fossero una guerra da vincere ad ogni costo. Da pilota è stato aggressivo e agitato, come dimostra la frase che pronunciò nel gennaio del 1998, poco dopo aver vinto il Campionato Mondiale Superbike 1997 con la Honda RC45, in occasione di un’intervista rilasciata al giornale americano Cycle News: “Posso fare quello che voglio, non ci sono limiti. Se decido di fare qualcosa, la faccio. Nessuno mi può fermare. Il mio desiderio di vincere e di avere successo, è proprio ciò che mi motiva”.  

Il talento di cui era dotato, la maniera con cui si adattò alle diverse tipologie di moto, così come i suoi debutti strepitosi, sono elementi che fanno pensare come John Kocinski sia stato tutt’altro che insicuro. 

Oggi John Kocinski vive nel lusso di Beverly Hills, in California, una delle aree più famose e glamour di Los Angeles, in California. È qui che svolge la sua attività di costruttore edile e immobiliarista: «Quella frase rappresenta il mio approccio a tutto. Assolutamente».

Dunque chi è davvero John Kocinski? È una figura un po’ mitologica quella del ragazzo di Little Rock, Arkansas, nato il 20 marzo 1968. Forse anche perché alla fine della sua carriera è letteralmente sparito nel nulla. Nessuno lo vide più per tanti anni, perché lui cambiò attività, interessi, tipo di vita, orizzonti. Anche oggi è tutt’altro che facile scovarlo, e farlo parlare di motociclismo. In ogni caso è stato uno dei più grandi, schietti, controversi e talentuosi piloti di Velocità prodotti dal vivaio statunitense nel glorioso periodo che andò dagli anni Settanta ai Novanta, ed è stato protagonista poco più che un decennio dal 1988 al 1999. 

John Kocinski ha vinto il campionato mondiale di Velocità della classe 250 nel 1990, poi il Campionato del Mondo Superbike del 1997. Ha così eguagliato Max Biaggi: sono i due soli piloti ad avere conquistato almeno un titolo iridato sia nei GP che nella SBK. 

L’americano, in carriera ha conquistato 13 Gran Premi (nove in 250, quattro in 500) ma i numeri non sono del tutto esaurienti. Bisogna considerare il periodo storico: Kocinski si è battuto contro leggende come Wayne Rainey, Kevin Schwantz, Mick Doohan, Eddie Lawson. E il titolo mondiale della Superbike è giunto al tramonto della carriera, come se John avesse voluto ricordare chi fosse: «In quella fase, nel 1997, quando vinsi 10 gare e il titolo della SBK, si può dire che la mia carriera aveva intrapreso un percorso che non era previsto all’inizio. La mia carriera si era mossa un po’ dai binari che avevo fissato dopo avere vinto il Mondiale 250 nel 1990». 

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    Nel 1982, John Kocinski e suo padre caricarono una moto da corsa su un furgone e si diressero a Daytona Beach, in Florida, per gareggiare nelle gare amatoriali. Il ragazzo aveva 14 anni ma frequentava le piste ormai da diverso tempo.

    «Mio padre mi ha coinvolto in questo sport, trasferendomi la sua passione, e mi ha sostenuto sin dall’inizio, dando tutto quello che poteva per aiutarmi. Quasi ogni due weekend eravamo nel nostro furgone e andavamo a correre da qualche parte».

    Come sempre, la famiglia ha avuto un ruolo importante.

    «Mio padre, essendo così appassionato, era disposto a sostenermi a dispetto di ogni sacrificio. Il gioco piano piano è diventato una cosa sempre più seria. Uno dei grandi ostacoli, per me, quando ero giovane, fu l’area in cui ero nato e cresciuto: l’Arkansas non è un luogo che si può definire una culla del Motociclismo. Quindi io e mio padre abbiamo passato molto tempo in viaggio, per correre, e non abbiamo ricevuto alcun aiuto dall’esterno. Più crescevo e più tutta questa situazione mi sembrava frustrante, in quanto molti ragazzi contro cui correvo mi sembrava che avessero molti soldi a disposizione, oppure che avessero genitori che potevano stare fuori di casa anche una settimana per andare ad allenarsi o correre. La maggior parte delle gare che frequentavo, erano eventi da sabato sera: perché la domenica dovevamo tornare a casa in modo che mio padre potesse tornare al lavoro lunedì. Eravamo molto limitati». 

    Però John Kocinski vinse la gara nazionale amatoriale di cui abbiamo parlato all’inizio, a Daytona, nel 1982, e molte cose iniziarono a cambiare. 
    «Mio padre mi disse che mi avrebbe aiutato fino all’età di 18 anni. Se a quel punto non avessi trovato una sistemazione in un team, me la sarei dovuta cavare da solo. E il problema era sempre quello: venivamo dalla provincia, nessuno sapeva chi fossimo. Vivevamo in un nostro mondo, molto remoto. Non eravamo connessi». 
    Superata la metà degli anni Ottanta John Kocinski incontrò Kenny Roberts e i fratelli Bud e Skip Askland che facevano parte del giro di King Kenny. Erano tutti californiani. Questi tre personaggi avrebbero giocato un grande ruolo nella carriera agonistica di Kocinski.
    «Entrai in contatto con un proprietario di una squadra, e mi disse che aveva comprato una Yamaha TZ250 a Los Angeles. Con quella moto vinsi una gara di Endurance e poi presi l’aereo e tornai a casa, in Arkansas». 

    Quello fu un passo molto importante per la carriera.
    «Ho iniziato a sistemarmi quella moto, facendo praticamente tutto da solo. Me la sono adattata. L’ho curata con passione. E ho iniziato a correre davvero». 

    John Kocinski iniziò a presentarsi sulla scena nazionale, cioè quella dell’AMA.
    «Sono andato alla prima gara del National, a Mid-Ohio, e ho chiuso al quarto posto. Non potevo crederci. E’ stato incredibile. Mi era sembrata un’impresa eroica, considerando che ero un assoluto privato, nel senso più puro del termine. Quella non era un’epoca qualsiasi, era il periodo in cui in gara c’erano personaggi come Wayne Rainey e Randy Renfrow. Non erano garette amatoriali. In quella stagione ho corso solo due o tre gare del National, perché era tutto quello che potevamo permetterci di fare. Non avevo nemmeno il budget per poter comprare un abbigliamento tecnico coordinato: andavo a correre con una tuta rossa, stivali blu, casco argento… perché prendevo quello che trovavo. Ero così brutto da guardare, che nessuno perdeva tempo a guardarmi. Poi un giorno Wayne Rainey disse: “Non so chi sia questo ragazzo, ma sta iniziando a fare delle cose interessanti… La seconda gara del National a cui presi parte, la vinsi. In sella a quella TZ». 

    A quel punto i manager iniziarono ad accorgersi di lui. Entrò nel giro di Kenny Roberts, di cui faceva parte anche Wayne Rainey.  

    CONTINUA SU SLICK#4

    Il carattere agitato lo spinse ad accettare la sfida con la Cagiva 500 e la vittoria del GP USA del 1993 con la moto italiana alimentò la sua leggenda.

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