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Sfide – Imola 2002

Intervista a… Davide Tardozzi

ARTICOLO SLICK #05

«Si può discutere ore e ore, valutare il percorso per quel campionato, ma se guardo il video di Imola me ne frego di tutto: il discorso va compattato su un episodio preciso».
Ride. Tutto gira attorno a quella.
Bayliss (importante sulla parte dietro gara che è stato rallentato dalla bandiera rossa). Colin era davanti e cercava di fuggire, ma Troy lo riprese…

È cosa nota: per Davide Tardozzi ci sono un’infinità di piloti da rispettare, ma lui ha un debole per uno in particolare, cioè per Troy Bayliss. Naturalmente lui era al fianco del pilota australiano, a Imola, così come durante la carriera in Superbike. Davide Tardozzi, oggi in forza al Team Ducati MotoGP, è stato il manager del Team Ducati SBK per Troy anche un amico e prezioso consigliere. Oggi Davide svela dettagli inediti e interessanti che aprono un’ulteriore area di discussione.


«Si può discutere per ore di quella gara, e si possono fare tante ipotesi o commenti, ma secondo me tutto il discorso va concentrato su un episodio preciso: Gara1. Tutto gira attorno a quella. Bisogna concentrarsi sulla parte della gara che è stata interrotta dalla bandiera rossa: Colin era davanti e cercava la fuga, ma Troy lo inseguiva e stava andando tutto bene…».

 

 

 

 

In che senso? Cosa è successo, che ancora non sappiamo, in quella fase della corsa?
«È successo che la gara e il campionato hanno subito la svolta, a favore di Colin, esattamente in quella fase lì. Perché l’interruzione ha fatto saltare i piani di Troy, cioè della nostra squadra».

Spiegamoci meglio.


«Avevamo un piano preciso, per vincere quella gara. Troy ha fatto una scelta diversa, rispetto a Colin, riguardo alla gomma posteriore. Erano tutti e due piloti Michelin, ma Colin scelse la morbida mentre Troy quella più dura. Lo fece apposta, Troy: mi disse che secondo lui Colin avrebbe cercato di scappare, ma avrebbe avuto un calo di grip nel finale e così lui, Troy, sarebbe stato dietro ad aspettare e poi ne avrebbe approfittato per superarlo e andare a vincere. Battere Colin nella prima gara era fondamentale, perché così Troy avrebbe conquistato quei punti che gli avrebbero permesso di attaccare in Gara2, senza tatticismi. Troy».

Cosa è andato storto, ad un certo punto?
«È stata fermata la gara sul più bello, ed è crollato il piano. Non voglio parlare di fortuna o sfortuna, ma di casualità. Nessuno poteva prevedere la bandiera rossa. Colin all’inizio aveva allungato, come previsto, ma Troy, secondo i piani, già dopo dieci giri stava recuperando; da un distacco di oltre due secondi era arrivato a mezzo secondo, e nel giro in cui hanno fermato la gara era praticamente addosso a Colin. Sono certo che Troy lo avrebbe passato di lì a poco, perché Colin era in difficoltà, e avrebbe vinto la manche».

Perché dici che il titolo è stato deciso lì?
«Perché la vittoria di Gara1 alla fine è andata a Colin, così lui in Gara2 doveva vincere per essere campione, ma non gli sarebbe bastato. Se Troy fosse passato davanti, Colin sarebbe stato costretto a vincere Gara2, e ce l’avrebbe fatta perché aveva un vantaggio di gomme, oggi staremmo raccontando una storia diversa. Perché sarebbe stato libero di correre Gara2 senza alcun limite o restrizione. E avrebbe vinto il titolo».

Come lo avevi visto, Troy, alla vigilia?
«Bene, perché pensavo che avrebbe vinto. E lo pensava anche io. Troy andava più forte, a Imola. Non dico che eravamo tranquilli e sereni, perché la tensione c’era, ma eravamo molto determinati».

La gara di Assen è stata decisiva?
«L’errore di Troy alla variante prima dell’arrivo è stato causato da un attimo di perdita di lucidità. Si era innervosito perché aveva davanti Hodgson, e lui non voleva scuse, niente. Troy vedeva Colin come il più forte, e doveva già batterlo lì. Voleva avere già il titolo, ma gli è sfuggito. È stato un piccolo errore, che ha avuto grandi conseguenze».

È vero che Troy ad Assen aveva problemi di chattering, che non si riusciva ad eliminare?
«Diciamo che ad un certo punto Troy non si trovava più bene con la moto; ma secondo me ha contato più la crescita di Colin e della Honda, più che un problema di Troy. Nel 2002 la nostra moto andava veramente forte. Ed è vero, che dopo la 8 Ore di Suzuka la Honda mandò vari aggiornamenti, ma secondo me il merito è stato soprattutto di Colin: era lui, che andava forte».

Troy lo ha accettato, quel finale di stagione.
«Certo, perché è un grande pilota e un grande uomo. Anche Colin è un grande. Infatti quell’abbraccio tra loro, sul podio di Imola, credo abbia suggellato il rispetto e la stima reciproca. È stato un grandissimo momento, per il motociclismo».


L’ULTIMA VOLTA

DI TANTE ULTIME VOLTE


Imola 2002 ha un posto nella storia per diversi motivi. In sostanza, perché è stata l’ultima volta di tante volte. In primo luogo, rappresentò l’ultimo grande slancio di popolarità per il settore delle derivate dalla serie. Non si sono mai più viste, oltre 90.000 persone in un circuito della Superbike (a parte qualche edizione a Brands Hatch). Dopo “Imola 2002” iniziò un calo di interesse inarrestabile, per la SBK.


Imola 2002 coincide con l’inizio del nuovo millennio, cioè il periodo in cui nacque la MotoGP. La nuova classe regina dei Gran Premi stravolse gli equilibri, visto che il nuovo campionato dei prototipi a quattro tempi conquistò tutto: scena, visibilità, investimenti, i migliori piloti, il pubblico in ogni parte del mondo.


Imola 2002 fu la battaglia decisiva tra due dei più grandi interpreti delle moto derivate dalla serie: Colin Edwards aveva battuto Troy Bayliss nel 2001, l’australiano si era rifatto nel 2001, dunque quella del 2002 fu la resa dei conti. E la posta in gioco fu altissima: Troy non poteva più non era prevista una rinvincita: Troy avrebbe preso parte poco dopo agli accordi per passare in MotoGP con Ducati, Colin invece lasciava immediatamente la Superbike per la Honda, ed entrambi volevano entrare vincenti.

Ce la mise davvero, ovviamente, un vincitore ed un vinto, e solo uno salì sul podio con la coppa. In realtà furono entrambi, insieme, termini del combattimento: uno pieni, sconfitto ed Edwards ma non umiliato. 

Nell’ultima curva Colin afferrò il titolo, tagliando il traguardo di Gara2 a Imola, Troy era distante appena 20 secondi. Un niente. Così come era accaduto per tutta la stagione, nessuno era in grado di staccare l’avversario. Nelle due gare di Imola viaggiarono sempre insieme, attaccandosi e superandosi a mille. 

 

 

 

Per entrambi fu uno sforzo fisico e mentale enorme, la pressione fu gigantesca. E forse è per questo che Colin, sul podio, volle festeggiare insieme a Troy. Fu un po’ come affermare che quel titolo andava a entrambi.

 

Imola 2002 fu l’ultimo grande confronto tra Ducati e Honda, in forma ufficiale. Perché fu l’ultima stagione di Superbike a cui la Ducati si dedicò con tutte le sue forze: dal 2003 l’azienda, entrando in MotoGP, ridusse l’impegno nelle derivate dalla serie. Ma già nella seconda parte del 2002 il reparto corse Ducati aveva rallentato lo sviluppo della 998F02, perché erano iniziati i test con la Desmosedici (MotoGP) e tutte le energie (anche quelle finanziarie) erano dedicate alla nuova sfida.

Il 2002 fu l’ultima stagione in cui la Honda si impegnò in Superbike a fondo, al punto da stravolgere la moto di Edwards nell’arco di pochi mesi, garantendo uno sviluppo costante. E fu una delle chiavi del suo successo.
La stagione 2002 rappresentò anche un confronto altissimo tra motori bicilindrici, spinti al limite proprio in quel campionato tra i più combattuti assoluti della scena.


Imola 2002 fu l’ultima gara della Ducati 998, derivata dalla gloriosa 916. Dal 2003 la Ducati mise le ruote sul progetto nuovo, la 999.
Infine, Imola 2002 è stata l’ultima vittoria della carriera di Colin Edwards: il texano non vinse più nulla, né un titolo e neppure una gara iridata.

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