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IL MIO MIGLIOR NEMICO

ESTRATTO SLICK #20

Kenny Roberts approdò in Europa per vincere, non per partecipare. Poiché era il 1978, puntò il mirino su Barry Sheene. Il campione in carica da due anni.

La storia è nota – Kenny vinse già al debutto, poi aprì la strada per un vero sbarco americano nel campionato mondiale – ma oggi King Kenny rende omaggio all’avversario: «Se non fosse stato per Barry Sheene, i miei campionati del mondo non avrebbero avuto lo stesso significato. E quando è morto, io ho perso il mio rivale. Sì, Barry Sheene era il mio avversario. Era davvero un grande personaggio: è stato uno dei grandi di questo sport. E manca a tutti, non solo a me».

In che rapporti eri con Barry?

«Amici, visto che c’era stima reciproca e quando eravamo insieme stavamo bene. Poi, certo, siamo stati dei giovani ambiziosi che si giocavano il titolo Mondiale della 500, quindi Barry era uno dei miei più grandi rivali e in certi momenti ci scontravamo. Però siamo anche diventati amici. Dico di più: spesso, anche quando eravamo piloti, capitava che io e Barry ci trovassimo a cena da qualche parte ed erano sempre serate fantastiche».

 

Sono storie d’altri tempi.

«Quando stavo progettando le World Series, tra il 1979 e il 1980, Barry è stato uno dei primi con cui ho parlato e uno dei pochi che mi ha sempre sostenuto. Si è comportato con grande onestà. Perché Barry Sheene faceva sempre quello che diceva di voler fare».

 

Anche quando ti attaccava, però.

«Certo! Abbiamo disputato gare molto combattute, con duelli feroci, ma quando eravamo in pista non c’è mai stato nessuno di cui mi fidassi di più».

 

Ve ne siete fatti, di scherzi.

 «Lui sapeva come provocarmi e io sapevo come rispondergli, perciò abbiamo giocato molto bene a quel gioco e di questo ha tratto vantaggio tutto l’ambiente. Perché la nostra rivalità sportiva ha alzato il livello della competizione, ma anche della popolarità dello sport». Il 10 marzo 2003 Kenny Roberts apprese la notizia della scomparsa di Barry Sheene mentre si trovava a Daytona, insieme al suo secondogenito Kurtis impegnato nella 200 miglia. «Sono rimasto scioccato, annichilito, senza parole. Precipitai in una grande tristezza. Avevo parlato con Barry una decina di giorni prima: mi aveva confidato che solo un miracolo avrebbe potuto salvarlo. ma io, anche se sapevo che sarebbe successa una cosa terribile, nel profondo di me stesso speravo che quel miracolo avvenisse. Volevo crederci, così come volevano crederci anche altri».

 

Tutto era iniziato nell’estate precedente.

«Nell’estate del 2002 eravamo in Inghilterra, per il Gran Premio. Barry ha detto di avere qualcosa in gola e che sarebbe andato a fare degli esami. Non scese in altri dettagli. Alla gara successiva, in Repubblica Ceca, nel paddock abbiamo saputo che aveva il cancro. Allora ho chiamato Barry, gli ho parlato un po’ e gli ho chiesto se c’era qualcosa che potessi fare per lui. Mi disse che forse in Messico c’erano dei farmaci speciali che avrebbe potuto usare per il cancro e che forse sarei potuto andare lì a prenderli per lui. Per me, che abitavo in California, il Messico era molto più vicino. Barry non voleva farsi operare, perché l’operazione sarebbe stata molto pesante e invasiva, ma non c’era alcuna garanzia che riuscissero ad eliminare tutto il cancro. Barry voleva attaccare il cancro in un modo diverso dall’operazione e dalla chemioterapia. Ne parlai con un medico mio amico. Mi disse: “Amico, segui la scienza. Sì, una persona può essere curata con le erbe, ma le successive 3.000 muoiono”. L’ho detto a Barry, ma lui era deciso a fare a modo suo. Gli ho parlato spesso nel corso dei mesi successivi. Ma l’ultima volta che ho chiamato sua sorella, lei mi ha detto che Barry non parlava più e che non ci sarebbe voluto molto prima che se ne andasse».

IL RIVOLUZIONARIO

 

Kenny Roberts è semplicemente il più grande pilota di moto che gli Stati Uniti d’America abbiano mai prodotto. Perché ha dominato la scena in America quando il Dirt Track era una cosa importante e poi ha stravolto il Mondiale della classe 500, portando una nuova tecnica di guida e un diverso approccio nel rapporto tra piloti e organizzatori dell’epoca. Erano tanti i piloti che protestavano, in Europa, ma per dare una scossa c’è voluto un personaggio diverso, proveniente da un altro mondo. Appunto, c’è voluto Il Marziano. «C’è ancora un sacco di gente che mi chiama così, laggiù», dice oggi questo signore di 72 anni (nato il 31 dicembre 1951) che occupa un ruolo fondamentale nella storia del motociclismo americano, ma anche mondiale. Kenny Roberts ha scavato un solco: con il suo arrivo sono cambiate la storia, la tecnica di guida, la mentalità. La sua rivolta per migliorare le condizioni dei piloti e delle piste lo indica senza dubbio come un rivoluzionario. Quando approdò al Mondiale, lui e Sheene salirono subito su un altro livello. Arrivarono a studiarsi così bene da considerarsi persino gli avversari di cui fidarsi. «Apprezzavamo le capacità dell’uno e dell’altro. Ovviamente ognuno di noi voleva vincere, ma avevamo un grande rispetto reciproco. Lui si sentiva al sicuro quando era in lotta con me, io mi sentivo al sicuro con lui. Non era una cosa da poco negli Anni Settanta. Spesso avevamo lo stesso ritmo, a volte la pista era più adatta al mio stile di guida e altre piste erano più adatte a lui, ma in ogni caso ho quasi sempre dovuto spingere al limite per lottare con lui. Anche perché Barry oltre ad andare forte era anche molto furbo».

 

Una rivalità che aiutò a migliorare entrambi.

«Barry era fantastico perché aveva il giusto mix di intelligenza, velocità e furbizia. Aveva in mano i media, in questo era inarrivabile. Infatti io non volevo entrare in un confronto verbale con lui, perché mi avrebbe ucciso. Lui provocava con le parole, faceva battute e grandi discorsi. Io gli dicevo semplicemente: “Decidiamo in pista”. Era un modo per 039tagliare la discussione, perché non ero mai così arguto mentre lui era perfetto».

 

In gara andava diversamente, in effetti.

«Dovetti trovare dei modi per metterlo in difficoltà. Lui all’inizio non era colpito dalla mia tecnica di guida, ma dalla mia mentalità. Perché il mio approccio alla gara era opposto al suo: io non studiavo troppo la pista, non volevo partire piano e poi gestire il ritmo. Io iniziavo subito forte e poi vedevo cosa succedeva».

 

Era anche il periodo adatto per creare enfasi attorno al Motorsport.

«In quell’epoca ci sono stati anni che non possono essere replicati. Anche perché era un’altra epoca. Barry Sheene è stato due volte lo sportivo dell’anno in Gran Bretagna: intendo il numero uno di tutti gli sportivi inglesi. Negli Stati Uniti era impossibile che un pilota di moto potesse raggiungere questo livello di popolarità. Ricordo di aver detto spesso: “Dio mio, ma quanto è famoso questo “ragazzo?!”. Barry era la superstar, il buono, il ragazzo che sorrideva sempre, il playboy con la Rolls Royce e l’elicottero, il castello fuori Londra. Io ero il duro, il cattivo, un ragazzo di Modesto che guidava un camper. Era una differenza grande».

 

All’inizio del 1978 Barry Sheene pensava che tu non fossi una minaccia. L’hai sentito dire?

«Oh sì, certo. Diceva che ero un buon pilota, ma liquidò il discorso dicendo che non sarei stato una minaccia. Non diceva “posso lottare con lui”, “posso batterlo…” Ma credo che questo abbia danneggiato più lui di me. Perché quando ho iniziato a vincere la pressione sui di lui si moltiplicò, visto quanto era popolare, quindi la pressione che gli metteva addosso l’Inghilterra diventò un modo per abbatterlo. La stampa inglese ha cominciato a mettergli addosso molta pressione. Non ce l’avevano con lui, però scrivevano quello che vedevano: cioè che io lo battevo».

 

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