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SLICK. WorkRoom

tecnica

CUORE DA CORSA

Imboccarono la Noalese alle quattro del pomeriggio di un giorno di fine maggio, scortati da un sole intenso e ormai estivo. Erano in tre, tutti ingegneri, tutti personaggi di alto rango nella gerarchia dell’azienda per cui lavoravano: l’Aprilia.

TRATTO DA SLICK #13 – uscito nel giugno 2021

Lasciando Scorzé alla loro destra, si infilarono lungo la Castellana, poi virarono verso Istrana e una volta terminato il tratto in pianura presero la provinciale 68 tenendo Montebelluna a sinistra. Puntarono infine verso le curve del Montello e a quel punto, dopo una quarantina di minuti di viaggio, si misero al lavoro. 
Iniziarono a percorrere il Montello con un passo allegro, salendo e scendendo su quel lieve rilievo che si impenna solitario là dove la pianura lentamente si esaurisce. È il rifugio dei ciclisti locali, in ragione delle sue “strade di presa” che si inerpicano lungo un fianco della collina e ridiscendono poi dal lato opposto. Ma è anche meta degli appassionati di motociclismo, e quel giorno di maggio del 2008 i tre che provenivano da Noale percorsero le “strade di presa” scambiandosi continuamente le tre moto: erano arrivati fino a lì per fare una comparazione, sfruttando naturalmente quell’impegno per godersi una estemporanea fuga dallo stress della vita d’azienda. 
Ad un certo punto i tre si fermarono a fianco del Sacrario, dunque circa a metà quota. Parcheggiarono le moto, si tolsero il casco, si sedettero uno fianco all’altro su una panchina, e non proferirono una sola parola. Restarono in silenzio per molti secondi, che apparvero minuti: riflettevano, cercando di mettere ordine tra le proprie impressioni. 

A rompere il silenzio, affermando ciò che anche gli altri stavano pensando ma che esitavano a dire, fu il più alto in grado. “Mah, non vorrei esagerare, però, secondo me, la nostra è tanto meglio!” disse Romano Albesiano, con un tono prudente, lasciandosi però sfuggire un sorriso di soddisfazione. 
“È vero, l’ho pensato anche io!”, esordì a quel punto Roberto Calò.
“Ma quanto va bene questa moto qui?!”, si aggiunse al coro Mauro Salvador, confortato. E allora, conquistata da tanta euforia, l’illustre e allegra combriccola cominciò a condividere gli stessi concetti, giungendo infine alla medesima conclusione: la “loro” nuova moto, ancora acerba come solo un prototipo può essere, appariva già più efficace della Honda CBR1000 e della Yamaha R1, le moto che avevano scelto come riferimento per la comparazione.

Interno SILCK #13 pagine 14 - 15

Dunque tra le strade e le colline del Veneto, fra le province di Venezia e Treviso, nell’estate del 2008 stava concretizzandosi un progetto che segnò di lì a poco la storia del motociclismo moderno. All’epoca del surreale test al Montello la chiamavano col nome in codice – “P2” – poi il mondo la conobbe come RSV4 1000.

Un progetto straordinariamente versatile, visto il ruolo che ha avuto. È stata una predatrice tra le gare delle derivate dalla serie, così come un riferimento tra le stradali supersportive; ma è diventata anche il simbolo del rinnovamento di Aprilia, quando decise di trasferirsi definitivamente dal mondo delle “due tempi” a quello delle “quattro tempi”; infine, è stata il chiavistello per aprire al Gruppo Piaggio le porte del club dei grandi, cioè la MotoGP. Sì, perché quel progetto di motore si rivelò talmente proteiforme da arrivare a equipaggiare la ART (il modello con cui Aprilia rimise piede in MotoGP), trasformandosi nella piattaforma da cui nacque l’attuale propulsore della RS-GP con cui la Casa veneta è entrata a far parte, dal 2016, delle sei aziende che provvedono alla produzione delle MotoGP di moderna generazione.

Dunque è stato un progetto potente, che iniziò da una domanda semplice e terrificante al tempo stesso: come si fa a costruire la super sportiva ideale?
Se lo chiesero l’R&D, il Reparto Corse, il Centro Stile tra la fine del 2005 e l’inizio del 2006, e la risposta che si diedero prese forma nella RSV4 1000.

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