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I BEI GIORNI ANDATI

Durante un frenetico triennio, durato dal 1980 al 1983, la Kawasaki USA e i piloti del suo team – Eddie Lawson e Wayne Rainey – lasciarono il segno nel super competitivo campionato AMA Superbike. Era l’età dell’oro, il periodo in cui si formò una generazione di fenomeni.

TRATTO DA SLICK #11 – uscito nel febbraio 2021

Eddie Lawson fa una premessa: «Non vorrei usare il solito cliché, cioè annoiare tutti dicendo cose del tipo “quelli sì che erano i bei vecchi tempi”, ma è la verità. Lo erano e c’è un motivo: la Superbike in America stava vivendo un vero e proprio “boom”, con Suzuki, Kawasaki e Honda che investivano moltissimo. Io arrivai nel 1980 quando gli importatori delle Case giapponesi si azzuffavano e non era solo una questione di sport ma di vendite. La Superbike AMA è decollata per quello e io l’ho intercettata nel momento giusto».

 

Partiamo dal 1979. Eddie Lawson, un talentuoso pilota di Upland, nel sud della California, si presenta all’Ontario Motor Speedway per provare una Kawasaki 1000 sponsorizzata dalla Racecrafters. Pochi giorni dopo Gary Mathers, team manager della Kawasaki USA, gli offre un contratto per guidare una delle KZ1000 ufficiali nell’ AMA Superbike Series del 1980. 

Desideroso di guadagnarsi da vivere con le moto da corsa, il ragazzo di Upland non ci pensa due volte prima di firmare. 

«All’epoca partecipavo alle gare del campionato AMA, su asfalto e nel Dirt-Track. ma correvo anche in quelle club in giro per la California del Sud», racconta Eddie, che da tanti anni risiede in Arizona. «A volte non sapevi quale scegliere perché si disputavano gare ovunque, praticamente in ogni week-end. C’erano anche tanti circuiti in California: Ontario, Riverside, Willow Springs, Orange County. E facendo qualche ora di furgone si arrivava a Laguna Seca, oppure a Sears Point. Gareggiavo anche cinque giorni a settimana e i miei rivali erano ragazzi che qualche tempo dopo ho ritrovato nel Mondiale 500: Wayne Rainey, Kevin Schwantz, Randy Mamola».

Nel 1980, al termine di una stagione ricca di battaglie, Eddie Lawson manca per un soffio la conquista del Campionato AMA Superbike, battuto da Wes Cooley con la Suzuki del Team Yoshimura. 

«Dopo aver lottato con piloti di alto livello, capii per la prima volta di avere la possibilità di trasformare la mia passione in un lavoro vero. In quel periodo la Honda investiva molto, ma Suzuki e Kawasaki non scherzavano. Le gare di Velocità, così come quelle di Dirt-Track, erano in costante crescita anche a livello di popolarità. Con dei buoni risultati, arrivavano subito le opportunità».

 

In vista della stagione 1981 la Kawasaki USA si mette alla ricerca di un tecnico capace di mettere a punto le moto, ma anche di programmarne il lavoro di sviluppo durante la stagione, ed entra così in contatto con un personaggio singolare: Rob Muzzy. «È con il suo arrivo che tutto è cambiato per il nostro team», assicura Eddie. 
«Risposi ad un annuncio che la Kawasaki USA aveva messo su un giornale specializzato chiamato “Cycle News” – ricorda Muzzy – Pensai che se fossi riuscito ad entrare in una squadra come quella avrei risolto i miei problemi. In quel periodo ricevevo solo rifiuti, anche se in modo gentile. Mandai un curriculum con le mie referenze e mi ritrovai a fare il capo meccanico di Eddie Lawson».

Tecnico e pilota si misero a lavorare sulla KZ1000, per renderla veloce e affidabile in vista del Campionato AMA Superbike del 1981, che sarebbe iniziato al Daytona International Speedway, il 6 marzo. 
«La base della moto era già buona – ricorda ancora Muzzy – Il motore aveva 150 cavalli a 10.250 giri, ma c’erano problemi di affidabilità. Abbiamo dovuto fare delle modifiche, come è normale nelle corse, e alla fine abbiamo reso la KZ la moto da battere. Risultò decisivo anche il nostro metodo di lavoro: io e Eddie potevamo stravolgere il set-up alla vigilia della gara, senza mai perdere il bandolo della matassa. A volte io e gli altri meccanici stavamo in piedi tutta la notte per dargli ciò che voleva. Domenica però, lui ci ripagava per il lavoro svolto». 

La stagione 1981 dell’AMA Superbike vive sulla sfida a tre fra il Team Kawasaki con Lawson, il Team Honda USA con un giovane Freddie Spencer e il Team Yoshimura Suzuki con Wes Cooley. Lawson conquista quattro delle otto gare in programma e il titolo di campione AMA Superbike è suo. 

«Io e Rob abbiamo lavorato in grande armonia quell’anno e si è creato un notevole feeling – spiega Lawson – Lui era davvero bravo. Mi capiva perché sapeva come pensa un pilota. E con me fu incredibile: gli spiegavo le reazioni della moto e lui trovava subito le modifiche giuste. Le Superbike degli anni Ottanta avevano dei motori troppo potenti per le gomme terribili dell’epoca e il telaio fletteva sotto sforzo. Quando abbiamo vinto il titolo io ero quasi incredulo: non riuscivo a credere a ciò che avevamo fatto, nel nostro piccolo gruppo, perché avevamo battuto la Honda che invece investiva in modo pazzesco. La Honda era potentissima».

Nel frattempo, sempre in California, stava facendosi strada il ventunenne Wayne Rainey. 
«Ho iniziato a correre con la Kawasaki nel Flat- Track – spiega Rainey – Eddie era il loro pilota di riferimento in Superbike. Fu lui a dire al team manager: “chiama Wayne, è il tipo che fa per te”».

Il round dell’AMA Grand National Championship corso a Loudon, il 21 giugno 1981, è il momento in cui la carriera di Wayne Rainey cambia radicalmente. Come pilota “amateur” che indossa stivali e tuta da Dirt-Track anche in pista, vince la sua prima gara su asfalto nella categoria AMA Novice, in sella ad una 250 GP, e il giorno dopo riceve l’offerta per correre nel 1982 con la Kawasaki in Superbike assieme a Eddie Lawson. «Sono passato dal fare lo scemo nelle gare di club a diventare il compagno di squadra del campione AMA Superbike. La Kawasaki 1000 non era una moto, ma un aggeggio mostruoso! Non avevo mai pensato di poter correre a quei livelli nella Velocità. Nemmeno nei miei sogni più sfrenati» racconta Rainey, ripensando alla sua gara d’esordio a Daytona. 
«Mi sono ritrovato a fianco di Eddie, Mike Baldwin e Wes Cooley, senza aver mai guidato prima una Superbike. Era tutto nuovo per me e non sapevo bene come domare quella bestiaccia sul Daytona International Speedway… Mi ritrovai all’inferno! Affrontai il banking sopraelevato su quella moto troppo grande per me, che aveva un piccolo cupolino, due ammortizzatori ridicoli, una gomma posteriore Goodyear e una anteriore Michelin. Ricordo che, mettendo la quinta marcia nel bel mezzo del banking, la moto iniziava a sbacchettare, a 170 miglia all’ora (273 km/h)! Ogni giro mi aggrappavo al manubrio e stringevo sempre più forte. Era la cosa peggiore che si potesse fare: ogni volta sembrava che dovesse scapparmi dalle mani e se fosse successo mi sarei andato a schiantare. Dopo la gara Wes Cooley è venuto da me dicendomi: “Amico, ti ho seguito per diversi giri. non voglio spiegarti cosa fare per risolvere i tuoi problemi, ma se continui a guidare così ti farai male. Rilassati quando tieni il “manubrio!”. Così ho seguito subito il suo consiglio, ed è andata bene. Però, provate a immaginare cosa significhi andare a 170 miglia all’ora e dover mollare la presa sul manubrio, perché la moto si muove troppo…». 

Nel 1982 Lawson si riconferma ancora campione AMA Superbike e Rainey vince la sua prima gara, a Loudon, il 19 giugno, classificandosi poi in terza posizione in campionato. 
«Dopo i primi momenti di terrore, ho iniziato a prendere confidenza con quel tipo di moto e mi sono sistemato nelle zone alte della classifica», racconta Rainey. «Diciamo che ho iniziato a mettere a frutto il background sviluppato nel Flat- Track, dove per fare girare la moto bisogna usare l’acceleratore e non perdere velocità dentro alla curva. Imparammo, tutti noi che iniziammo sugli ovali in terra battuta, ad essere molto aggressivi ma allo stesso tempo anche a guidare bene e a non commettere errori. Dopo anni passati a guidare così, ho imparato a fare scivolare le Superbike sull’asfalto». 

Stanca di perdere contro la Kawasaki, la Honda nel 1983 fa pressione per modificare il regolamento tecnico della AMA. La cilindrata dei motori viene ridotta a 750 cc e a Daytona quell’anno debutta la VF750F. Rainey e la Kawasaki però lavorano benissimo, vincendo sei gare e battendo Mike Baldwin e il Team Honda nella lotta per il titolo. 
«Fu una sorta di Davide contro Golia. Ero diventato il pilota numero uno della Kawasaki USA, perché Eddie era andato in Europa a correre nel Mondiale 500. Quel titolo è stato uno dei più grandi successi della mia carriera, perché la Honda era molto migliore della nostra GPz 750. Il campionato si è deciso solo all’ultima gara di Willow Springs, il 18 settembre. Ero motivatissimo perché Willow Springs era la mia pista, diciamo la mia gara di casa, e a vedermi c’erano la mia famiglia e i miei amici. Quel giorno nel deserto il vento soffiava fortissimo. Tra me e Baldwin non c’era spazio per alcuna tattica: chi batteva l’altro sarebbe diventato anche il campione. Ad un certo punto una folata ci ha colpito entrambi, lui è uscito di pista ed è caduto proprio davanti a me. La sua moto ha preso fuoco. Hanno fermato la gara, ma Mike non è riuscito a ripartire. Così ho vinto la gara e il campionato. Alla vigilia nessuno ci dava per favoriti, e nemmeno io mi davo grandi possibilità».

La vittoria di Wayne Rainey del 1983 è stata un evento storico, perché la Kawasaki si è aggiudicata il quinto titolo AMA Superbike in otto stagioni. 

Poi tutto è finito, all’improvviso. Il management ha staccato la spina al favoloso programma racing in Superbike. Le vendite di moto negli Stati Uniti avevano subito un drastico calo e la Kawasaki non ha avuto scelta.
«Avevamo un ottimo team», conclude Rob Muzzy. «Dove tutti andavano d’accordo, il che è insolito. Abbiamo sempre lavorato sodo. Il 1983 è stato il periodo più duro di tutta la mia carriera. Si dormiva poco, si lavorava e basta. Ma ne è valsa la pena. È stato molto gratificante». 

Anche Eddie Lawson non ha dubbi: «Se ripenso a quel periodo, mi meraviglio nel ricordare quanto fosse bello. È una percezione che ho avuto solo molto tempo dopo. Quando corri non sai cosa succede intorno a te, perché pensi solo alla pista e a quello che devi fare quando sali in sella alla tua moto. Se oggi potessero riportare la Superbike AMA al livello in cui era agli inizi degli anni Ottanta sarebbe fantastico. Era tutto bellissimo. Erano i bei vecchi tempi».

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