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E PENSARE CHE NON MI PIACEVA

Il regolamento della 200 Miglia di Imola prevedeva che il vincitore avrebbe avuto il diritto di portarsi a casa la moto, oltre ovviamente al premio in denaro e ai vari trofei. Paul Smart ha deciso di lasciarla nel Museo della Ducati. Ecco il suo ricordo dell’evento del 23 aprile 1972, di cui fu il vincitore, scritto nell’estate del 2019.

TRATTO DA SLICK #1 – uscito nel giugno 2019

Di Paul Smart.

“La 200 Miglia di Imola, che roba è?! Fu quello che pensai, subito, quando Maggie mi telefonò per dirmi ‘Ho trovato un ingaggio per te, in Italia, quindi non tornare a casa e vai direttamente a Imola, per correre con la Ducati’. Ero a Road Atlanta, in Georgia, per correre con una Kawasaki. All’epoca io e Maggie vivevamo in California, nell’Orange County. Mi chiamò da là. 

Di fatto, Maggie era il mio manager. Si preoccupava di trovare moto e team per farmi correre. Eravamo giovani, non pensavamo troppo al futuro, e vivevamo non solo giorno per giorno ma proprio gara per gara… E quando Maggie mi ha parlato del nuovo ingaggio, risposi “Okay, vado!” ma non avevo la più pallida idea di che gara sarei andato a fare, e nemmeno della moto che avrei guidato.

Maggie mi parlò della Ducati, disse che sarei stato un loro pilota ufficiale per un weekend. Ma non sapevo altro. Dalla Georgia ho preso un aereo per New York, da lì sono approdato in Inghilterra, infine in Italia, a Milano. Trovai in aeroporto alcune persone della Ducati, che mi hanno caricato su un’auto. 

La trovai comodo per sdraiarmi e dormire. Ero stravolto più dalle 48 di viaggio, che dalla differenza di fuso orario. Mi dissero che saremmo andati in un circuito, a Modena, per provare subito la moto. Quando arrivammo, c’erano ad aspettarmi diverse persone e due motociclette. I meccanici Ducati erano di ottimo umore perché nel frattempo Bruno Spaggiari aveva già provato la moto, facendo segnare un tempo inferiore rispetto alla migliore prestazione di Giacomo Agostini con la MV 500 GP. Appena scesi dal bus, comunque, mi guardarono in modo strano. Del resto, indossavo jeans, stivali e cappello da cowboy: i meccanici della Ducati, certi vestiti li vedevano al cinema, nei film western, e restarono un po’ basiti. Ma a parte qualche battuta e sorrisetto, quando cominciai a girare con la Ducati 750, tutti si concentrarono sul lavoro. 

Il circuito di Modena, non l’avevo mai sentito nominare: era stato costruito dove prima c’era una pista per aeroplani, quindi era piatto. Ed era in centro città. Mi misi ad osservare le moto, che erano veramente grezze, non avevano nemmeno i telai e le carene verniciati; i telai erano del colore del ferro. Mi sono detto: “ma che moto è mai questa?!”. Tra l’altro era a quattro tempi, ed io pochi giorni prima, a Road Atlanta, avevo guidato una Kawasaki due tempi. Mi avvicinai alla Ducati 750 con curiosità, e una volta in pista mi fece una certa impressione soprattutto il motore, che era sfruttabile e con un’ottima accelerazione. Dopo 4 o 5 giri sono rientrato, e ho spiegato quello che non mi convinceva: “È molto difficile curvare”. Perché l’interesse era lungo, ed io non ero abituato a questo genere di moto. Inoltre le gomme, Dunlop, erano praticamente stradali. 

Abbiamo cominciato a fare modifiche varie, lavorando anche sulle sospensioni, e tornai in pista. Dopo un’altra decina di giri, rimasi molto sorpreso quando mi dissero che avevo girato mezzo secondo più veloce di Agostini con la MV…

Però quella moto non mi aveva colpito particolarmente. Anzi, non mi piaceva. Ma ormai ero arrivato fino a li, c’era da andare a fare solo una gara, e poi l’ingaggio era buono. Quindi dissi “Okay, vediamo cosa succede”. 

Paul Smart

Andammo a Bologna, ma non in azienda: mi portarono in un hotel vicino alla Ducati, ma era in mezzo al niente. Ero contento di vedere un letto, perché avevo veramente bisogno di dormire bene, però appena entrato in camera ho chiuso la porta, mi sono guardato intorno, e ho pensato: “Ma che cazzo ci faccio qui?!”. 

Non ho impiegato troppo tempo, però, per trovare il senso: io e Maggie non avevamo tanti soldi e c’era bisogno che io corressi per portare a casa qualcosa. 

Vidi la fabbrica il giorno dopo, prima di partire per Imola. All’arrivo in circuito andai nel box, e vidi che stavano verniciando le carene lì, sul posto. Il mio meccanico era Franco Farné, e tra gli altri c’erano Giorgio Nepoti e Rino Caracchi (che poi avrebbero formato il team NCR). Erano tutti molto simpatici. 

Appena iniziarono le prove, ebbi la prima sorpresa. Su quel circuito collinare, completamente diverso da quello di Modena, con alcune curve molto veloci, la Ducati 750 improvvisamente mi sembrò ottima: curvava bene, era stabile e non aveva problemi di utilizzo né di affidabilità. Usai le Dunlop

anche in gara. All’epoca c’erano Dunlop e Goodyear, e in Europa si usavano le Dunlop. Quindi questa moto, a Imola, era veramente veloce. 

Mi ricordo un punto, il Tamburello, una curva velocissima tanto da sembrare quasi un rettilineo, in cui questa moto era incredibile; si raggiungevano le 160 miglia orarie, ma quella Ducati era stabile e quindi veloce. 

Nonostante i tempi fatti segnare in prova – Spaggiari conquistò la pole, io fui secondo – non mi aspettavo che si potesse fare una gara in attacco, cioè per vincere. 

Fredmano Spairani non mi sembrò un manager con grandi piani, dal punto di vista della gestione della corsa: ci disse solo che io e Spaggiari, nel caso fossimo stati vicini in gara, avremmo dovuto stare calmi fino a cinque giri dalla fine, solo a quel punto avremmo potuto ingaggiare un duello; perché ciò che contava, era portare le moto fino alla fine della corsa. 

Avevano preparato tre pannelli di segnalazione: non avrebbero indicato chi era davanti, chi dietro, oppure i distacchi… Spairani aveva fatto preparare un pannello rosso, uno verde e uno giallo. Verde voleva dire “vai più forte”, Rosso “rallenta”, Giallo “mantieni il tuo ritmo”. Non è che fosse un’organizzazione da riferimento, forse anche per questo motivo non mi aspettavo di poter vincere quella gara. 

Poi accadde una cosa strana. Dopo le prove, nel pomeriggio, Agostini venne da me e mi disse: “Noi qui abbiamo molti problemi, quindi non penso che potrò fare una buona gara, e non è nemmeno detto che la finiremo. Ma io devo difendere la mia immagine, in Italia, quindi ho bisogno di stare in testa per un po’. Nei primi giri non attacchiamoci,

lasciami davanti, poi vediamo cosa succede, ma secondo me ad un certo punto riuscirai ad andare davanti tu…”. 

Io e Ago potevamo farci questo genere di discorsi, perché eravamo amici, infatti ci eravamo aiutati a vicenda già altre volte. Però rimasi sorpreso. E non credo che Bruno sapesse di questo discorso. 

Nel box erano tutti tranquilli, ad un certo punto ho cominciato a sentirmi sempre più coinvolto nel progetto; sempre più vicino a questo gruppo di italiani simpatici. 

Così ho giurato a me stesso che avrei fatto del mio meglio. Nel warm up, dopo che di notte era piovuto, ho osservato con attenzione l’asfalto, che aveva delle chiazze umide, perché non volevo commettere errori all’inizio della corsa. Il cielo, per la gara, non era molto incoraggiante. Pensai che sarebbe stata una gara in cui bisognava stare molto attenti. E prima di partire pensa al discorso che Agostini mi aveva fatto sabato. 

Dovevo fidarmi? Oppure era solo pre-tattica? Ho pensato che tante volte, in gare dove io avevo una moto in evidente stato di inferiorità tecnica, lui mi aveva dato dei consigli, oppure mi aveva aspettato per farmi vedere le traiettorie, quindi dovevo fidarmi; ma le gare sono sempre le gare, ed io non ero certo al 100% che mi dicesse la verità, magari voleva farmi stare calmo all’inizio così lui avrebbe allungato… 

Sono partito stando attento a quello che Ago faceva. Era davanti, in testa, ma vedevo i suoi scarichi e la sua MV a volte faceva un po’ di fumo strano. E non mi sembrava veloce come al solito. Lui è stato davanti fino al momento dei rifornimento. Rientrati in pista, Agostini non c’era più. Era rimasto ai box. E così io ero davanti, Bruno Spaggiari dietro; siamo stati così per un po’, poi in uscita da una curva molto lenta, ad un certo punto mi è uscita la prima, mi sono ritrovato per un attimo in folle, così Bruno mi ha superato ed è andato davanti lui. Per riuscire e rimettere la marcia, avevo perso quell’attimo che Bruno ha sfruttato per passarmi.

Bruno a quel punto ha allungato un po’, ma poi l’ho ripreso abbastanza in fretta perché non era così tanto più veloce. A due giri dalla fine Bruno mi ha passato di nuovo e così siamo arrivati verso la fine della gara con lui davanti e io dietro. 

Non ero al limite perché stavo agli ordini di Spairani che ci aveva detto: “se siete vicini, iniziate la battaglia solo negli ultimi giri”. Così siamo arrivati all’ultimo giro e io avevo il mio piano per attaccare Bruno. Siamo arrivati alla salita, nella zone delle Acque Minerali, e all’improvviso l’ho visto tenere un traiettoria molto larga, al punto da andare ad avvicinare l’erba; non capivo cosa stava succedendo. 

Avevo fatto i miei piani, per provare ad attaccarlo nel tratto in discesa, ma la sua manovra mi ha fatto capire che aveva dei problemi e così sono andato subito davanti. A quel punto ho pensato solo a me stesso, non potevo certo allentare per favorirlo: era l’ultimo giro, era il momento in cui ognuno doveva pensare solo a se stesso. E così feci. 

Ho vinto io, ed è stato un trionfo. Una grande emozione. Dopo la gara ho visto tanta gente nel paddock, e una marea di persone al di fuori dell’autodromo, quando siamo usciti per tornare a Bologna. Mi fecero sentire come una star, e ho capito cosa fosse la passione degli italiani. Una cosa incredibile, bellissima. Ed è stato anche un modo indimenticabile per festeggiare anche il mio ventinovesimo compleanno”.

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